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MODA

Una perfetta vestibilità.

La camicia è un capo molto “impegnativo” da indossare, nonché un vero e proprio simbolo del perfetto gentiluomo, per questo non possono essere assolutamente accettati errori legati alla vestibilità.
Quando si parla di camicia si parla di un capo d’abbigliamento che deve essere perfetto, in grado di adattarsi al fisico di chiunque la indossi, evitando i due estremi: stringere troppo o, al contrario, apparire esageratamente abbondante.
Proprio al fine di evitare qualsiasi caduta di stile, la tradizione della moda maschile esige che la camicia sia confezionata seguendo una tradizione sartoriale ben precisa, superando così qualsiasi intoppo legato alla vestibilità del capo.
Oggi la scelta di una camicia che si adatti perfettamente al fisico di ogni persona è diventata una cosa alquanto semplice, dato che viene prodotta con diversi tipi di vestibilità, studiate appositamente per ogni corporatura.
Esistono due modelli principali di camicia BARBA Napoli definite in base a quella che è la vestibilità e sono semi slim fit e  regular fit.

 

La camicia semi slim fit, è la più indicata per chi preferisce un look casual ed informale. Caratterizzata da un taglio incavato nei fianchi, la semi slim fit aderisce alla vita mettendo in risalto il profilo del corpo e quindi adatta per coloro i quali hanno una corporatura snella. E’ possibile indossarla fuori dai pantaloni e si abbina facilmente ai jeans, nelle tinte unite scure, nelle fantasie e nei rigati o ancor meglio in un tessuto vintage.


La camicia regular fit, al contrario ha un taglio classico e più lineare della semi slim fit; una particolarità che la rende adatta ad un look relativamente formale, ma ideale anche per chi sceglie abiti sportivi pur senza voler essere eccessivamente trendy. Più elegante nelle tinte classiche e nei rigati sottili, nei colori forti e nei toni vintage, la regular fit è perfetta anche con i jeans e con un abbigliamento informale, con la lieve sciancratura che la rende perfetta indossata anche fuori dai pantaloni.

 




Come abbinare al meglio la cravatta e la camicia.

La cravatta e la camicia sono due simboli di eleganza e di stile per ogni uomo. Ma sono anche i capi con i quali si possono commettere i più gravi errori dal punto di vista dell’abbinamento tra colori e fantasie.
Il limite che separa la creatività, l’azzardo e il buongusto dalla caduta di stile è davvero sottile. Per tale motivo è bene tenere a mente alcune regole quando scegliamo la cravatta da accostare alla camicia giusta, conoscere i colori che stanno bene tra loro e cos’è meglio indossare in base alle diverse occasioni e ai diversi momenti della giornata.
Ecco, dunque, le dieci regole per abbinare cravatta e camicia in modo impeccabile e raffinato.


1.    Partiamo con la cravatta blu, da indossare rigorosamente con la camicia bianca (colore neutro che sta bene con tutto), oppure con una camicia azzurra, da preferire soprattutto in caso di carnagioni particolarmente candide. Se si vuole osare, è possibile utilizzare anche una camicia a righe in tinta.


2.    La cravatta rossa va indossata sempre con una camicia bianca oppure azzurra. Questo tipo di abbinamento è quello preferito ad esempio, dal presidente uscente degli Stati Uniti Barack Obama. La scelta può anche ricadere su di una camicia a righe, ma è molto importante che queste siano sottili e quasi impercettibili.
3.    La cravatta nera è ad esclusivo appannaggio di un evento che si svolge di sera, quindi è fortemente sconsigliatone l'utilizzo durante le ore diurne. L’abbinamento migliore è quello con una camicia bianca o grigio chiaro.


4.    La cravatta argento è, per antonomasia, la cravatta da utilizzare per una cerimonia; di seta e con effetto lucido, si indossa solo con una camicia di colore bianco. Quest’ultima, per essere più elegante, è consigliata con i polsini doppi.


5.    La cravatta regimental si distingue tra quella di provenienza inglese se le righe oblique che la contraddistinguono vanno da destra verso sinistra, e quella americana, per il verso contrario. Questo tipo di cravatta va indossata con una camicia in tinta unita o, per chi volesse osare, con una a righe sottili, che però non seguano lo stesso verso di quelle della cravatta.
6.    La cravatta a pois piccoli, così come la cravatta a tinta unita, è un vero e proprio passepartout per la moda; è possibile abbinarci la camicia che preferiamo mantenendo sempre un look impeccabile.
7.    La cravatta a pois grandi, invece, si indossa solo con una camicia a tinta unita, soprattutto per non creare confusione nello stile.


8.    La cravatta paisley è una delle fantasie più amate, tuttavia bisogna prestare molta attenzione all’abbinamento: solo con una camicia a tinta unita, possibilmente della stessa gradazione di colore.


9.    La cravatta a fantasia, con decori, piccole immagini o ricami ripetuti su tutta l’ampiezza, è da indossare con camicie a tinta unita o a righe invisibili.


10.    La cravatta di maglia è una cravatta sportiva, colorata e senza punta. Questa va abbinata ad una camicia in tinta unita o a righe che, con una giacca casual o destrutturata, completeranno un outfit perfetto per tutte le occasioni più informali.

 




Barba, non basta dire camicia: il successo della seconda generazione

Non basta dire camicia. Ciascuno ha la sua, slim fit o semi slim per chi ama il casual, con taglio incavato; regular fit con lieve sciancratura per indossarla anche fuori dai pantaloni. Pensate che basti? Beata ingenuità. Non avete pensato ai colletti. All’italiana? Alla francese? Button down? Con le punte arrotondate? O il colletto diplomatico? Nella geografia delle camicie, confesso, io mi perdo facilmente senza una guida indiana. Oggi ce l’ho e me la tengo stretta. È Mario Barba, seconda generazione di un’azienda orgogliosamente familiare che parte da papà Antonio, che aveva un laboratorio di 200 mq a Secondigliano e lavorava per note griffe nazionali di intimo maschile e si sviluppa con una 24 ore portata in giro per l’Italia dal figlio Raffaele alla guida di una Fiat Tipo, in cerca di commercianti che possano credere al suo prodotto. La camicia “alla napoletana”, appunto. Sono passati 26 anni e Barba Napoli oggi fattura 15 milioni di euro l’anno, con un incremento del 15% nel 2016, impiega 150 dipendenti interni, un indotto di altri 400, 700 camicie al giorno, 40mila pantaloni l’anno, 20mila pezzi di maglieria, accessori di lusso e da quattro anni una sofisticata collezione donna richiesta a gran voce dalle mogli dei clienti. Tutto ideato, realizzato e rifinito in Italia, il 90% ad Arzano, in una sede dell’area industriale inaugurata nel 2001 che pare un hotel a cinque stelle, cinquemila metri con una hall che neanche gli alberghi del lungomare.

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Essere un’azienda del superlusso a Napoli non è una contraddizione, visto che siamo noi i primi nel mondo nel settore del tessile. Ma resta un paradosso questa eleganza partenopea più virtuale che concreta, visto che il marchio Barba non ha aperto neanche uno showroom nella sua città, anche se si trova in ogni parte del mondo. Fortissimi in Germania e nel Nord Europa, i Barba Brothers (Mario alla produzione, Raffaele al commerciale, Giorgia all’amministrazione) vincono anche in Asia e soprattutto in Giappone, un mercato interessante e difficile, “molto attento alla qualità”. Perché Napoli no? Forse perché una camicia Barba costa da 190 a 250 euro? «Non credo sia questo a fare la differenza – dice Mario – Nella nostra città c’è chi spende, e bene, per vestirsi. La nostra non-scelta, almeno fino ad oggi, nasce piuttosto dalla considerazione che a Napoli l’artigianalità è ancora presente nel nostro settore. Il professionista preferisce trovare ancora il sarto per abiti su misura e magari spende meno volentieri proprio sui brand locali». A ciascuno la sua politica aziendale. I Barba giocano apertamente su un understatement che privilegia la sostanza all’apparenza. Con una mentalità da vecchi imprenditori che si muovono con le loro forze e rischiano sempre di persona. «Di noi si parla poco, facciamo scarsa pubblicità, ma ci sta bene così. Il nostro valore aggiunto è il prodotto» sostiene Mario. Convinto che «chi ci conosce ci ama». Ed è difficile dargli torto, dopo aver visitato i laboratori di taglio e cucito, la modellistica e la stireria. Che cosa c’è di speciale qui ad Arzano? L’incredibile capacità di saper coniugare manualità e meccanizzazione, artigianalità e industrializzazione. Convinti che «anche la manualità è una catena di montaggio», i Barba hanno costruito un modello inarrivabile di genialità partenopea in cui ogni operaio fa il suo step. Uno la manica, l’altra il collo, l’altro il taschino. La qualità migliora e il numero dei pezzi prodotti cresce. Ma sia chiaro, niente serialità. Nella camicia Barba il giromanica è fatto a mano, i bottoni sono attaccati con la cucitura a giglio di Firenze, a mano sono ricamate le asole, a mano applicato il triangolino detto “mosca”, a mano ribattuto il collo, il quarto spalla, il travetto. Un principio che vale per tutti gli altri prodotti. La giacca Barba, ad esempio, non ha adesivo, è totalmente intelata. Nei sette passaggi manuali c’è un controllo ferreo dei pezzi tagliati, nel reparto stiratura le operaie rifiniscono le camicie a mano con i vecchi ferri a vapore. 

Da qui alle copertine di Uomo Vogue il percorso sembra lungo e invece tutto è andato liscio grazie al lavoro e alla passione della famiglia. «Arrivare a questa perfezione non è stato semplice, così come ci costa molto gestire questa azienda anomala con il pallino del fatto in casa, la nostra è una ostinazione artigianale che vuole gestire un mondo globalizzato da Napoli e Milano, nella nostra sede di via del Gesù». Una rete di rappresentanti, dieci in Italia e cinque nelle varie parti del mondo; il successo nei department store più glamour, le nuove sfide della linea donna e il prossimo appuntamento con i Millennials, la nuova generazione che tra alcuni anni rappresenterà il nuovo continente del lusso.

©Il Mattino

 




COME SCEGLIERE IL COLLETTO GIUSTO.

Di colletti ne esistono davvero molti, alcuni differiscono gli uni dagli altri solo per piccolissimi dettagli. E nonostante alcuni non si siano mai posti questa domanda, altri amano mettere in risalto la ricercatezza del proprio stile scegliendo il colletto della camicia in base allo stile e all’occasione d’uso. La tradizione sartoriale di BARBA Napoli offre un'ampia scelta di colli, tra i più amati ci sono:

1.    COLLO ALL’ITALIANA

Tra i tipi di colletti di camicie più in voga c’è quello all’italiana. Si può indossare sia nelle occasioni formali ma anche nel tempo libero. Ha le punte dritte e non troppo distanti tra loro, tanto da coprire almeno in parte il nodo della cravatta. Anche all'interno di questa categoria di colletto abbiamo diverse varianti: le più comuni sono quelle che si distinguono per il numero di bottoni, singolo o doppio; oppure in base alla lunghezza delle punte.

2.    COLLO FRANCESE

Il collo francese differisce da quello italiano per la particolare distanza che c’è tra le punte, tant’è che è spesso chiamato anche con il più semplice nome di colletto aperto. Particolarmente consigliato se indossato con giacche doppiopetto, al contrario è da evitare con quelle dal fit più sportivo.

3.    COLLETTO BUTTON DOWN 

Il collo button down è tipicamente riconosciuto per i bottoncini che ne tengono ben salde le punte. Questa tipologia di collo è ispirato alle maglie dei giocatori di polo, quindi va di per sé che è altamente consigliato per chi vuole sfoggiare uno stile sportivo, magari abbinando la camicia a dei blue jeans e delle sneakers; ma è una proposta altrettanto valida anche abbinato ad un completo in lana.


4.    COLLO CON PUNTE ARROTONDATE

Tra le varianti di colletto più particolari, c'è di sicuro quello dalla punta arrotondata. Nonostante non ci sia una regola aurea che consiglia di preferirli in un’occasione piuttosto che in un’altra, esso non è particolarmente consigliato a chi ha un viso tondo, perché rischierebbe di farlo apparire più largo.

5.    COLLETTO DIPLOMATICO

Il colletto diplomatico è facilmente riconoscibile per le peculiari punte ad alette. Particolarmente sofisticato se abbinato all'uso di papillon durante le occasioni più formali e raffinate, è una tipologia  di un colletto elegante, indicato per le serate di gala, magari abbinato a dei gemelli sui polsini.




Intervista a Raffaele Barba

Tutto è iniziato con una camicia. Disfatta, ricucita e portata in una ventiquattrore assieme a quattro cartelle colori. A bordo di una Fiat Tipo, in giro per l’Italia e l’Europa senza una meta precisa, c’era Raffaele Barba in cerca di un commerciante che credesse nel suo prodotto. Questo accadeva venticinque anni fa, quando ancora esisteva solo un piccolo laboratorio nel quartiere Secondigliano di Napoli. Oggi la sua azienda di capi sartoriali, gestita con il fratello Mario e la sorella Giorgia, è una realtà conosciuta e apprezzata nel mondo: «Perché nell’armadio di un uomo elegante non può mancare un tocco di Napoli».
Fondata ufficialmente nel 1988, Barba Napoli ha iniziato la sua produzione industriale nel 2001, fattura circa 15 milioni di euro l'anno, dà lavoro a 120 dipendenti e produce, tra gli altri, 680 capi di camiceria al giorno, 40mila pantaloni jeans, 20mila pezzi di maglieria l’anno e ancora altre migliaia di articoli. «Tutto rigorosamente ideato, realizzato e rifinito in Italia», perché «abbiamo il pallino del fatto in casa», spiega Raffaele. «Oltre alla contraffazione, ciò che mina il nostro patrimonio più prestigioso, il made in Italy, non sono solo le patacche, ma anche chi sceglie di produrre o rifinire all’estero quello che mette in commercio. Assieme ad altre aziende che producono e promuovono l’eccellenza del nostro Paese abbiamo creato il gruppo Classico Italia». Taglio sartoriale napoletano con un sapore giovanile: modelli più avvitati, la tromba della manica sbuffata (dallo sbuffo che si crea con la stoffa) e il collo più rialzato e sostenuto. Per la prossima stagione andranno ancora le tonalità del viola e ci sarà un ritorno al quadro ».
Imporsi sul mercato è stato difficile. «Durissimo direi. I primi anni abbiamo fatto la fame. Una volta per vendere trenta camicie sono partito con Mario per Parigi e siamo ritornati subito dopo in auto. Siamo andati avanti così per quindici anni». E quante volte gli hanno risposto con un no? «Tante. A vent’anni sono arrivato a Verona e ho proposto il mio campionario al negozio più bello della città. Il commerciante voleva comprarlo ma a una condizione: dovevo togliere l’etichetta Barba Napoli, secondo lui lì era invendibile». Ma Raffaele non ha accettato e con gli anni si è preso una bella rivincita: «Siamo fortissimi al Nord e in particolare in Veneto. In quel negozio veronese, poi, siamo diventati il marchio di punta». E all’estero? «Venti anni fa a Pitti uomo ho conosciuto un signore giapponese molto elegante. Gli ho proposto di ritornare insieme a Tokyo, di segnalarmi i negozi più glamour e di farmi da interprete con i titolari. In cambio gli ho promesso il dieci per cento su quello che avrei venduto. Oggi siamo fortissimi anche in Giappone».

L'intervista è tratta da un articolo ad opera di Rossella Burattino pubblicato su "Il Corriere della Sera" del 30 Novembre 2009.

 




La qualità fa la differenza

In principio Antonio Barba confezionava pigiami in un laboratorio di Corso Secondigliano, a Napoli. Oggi i suoi tre figli gestiscono un'azienda di confezione di camicie (in primo luogo) e altri capi di abbigliamento, ad Arzano, a pochi chilometri dal capoluogo campano, con 120 dipendenti. E ora si preparano a una nuova rivoluzione: dopo l'apertura dei primi due monomarca, in via della Spiga, a Milano, e in Via Bocca di Leone, a Roma, l'azienda campana vuole inaugurare altri punti vendita in tre capitali europee nel prossimo futuro. 
«Lo stesso uomo che compra un pigiama – riflette ora come 30 anni fa Raffaele Barba – ordina cinque camicie. Meglio allora puntare su queste». La seconda generazione fa due scelte precise: il prodotto tipico dell'azienda e la qualità. Due scelte che pagano: anno dopo anno l'impresa Barba cresce e acquista numeri di tutto riguardo.
La produzione è per il 90% concentrata ad Arzano, dove si realizza tutto ciò che è sartoriale. Fuori dalla Campania solo per le lavorazioni in cashmere, che sono concentrate in laboratori umbri. «I consumi in Italia sono calati – ammette con preoccupazione il responsabile di campionario e produzione di Arzano – e non vediamo ancora l'avvio della ripresa. Ma c'è stato anche uno spostamento degli acquisti verso prodotti più affidabili. Grazie a questa dinamica le nostre vendite sono rimaste invariate».

 

Articolo liberamente tratto da un pezzo di Vera Viola de "Il Sole24ore" del 17 Giugno 2013.




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